Un'esperienza meravigliosa e sconvolgente

La mia Africa: venti giorni in Togo

6-27 Settembre 2005

E' passato un po' di tempo da quando sono tornata a casa, alla frenetica vita romana, alle mie giornate veloci... ma sono sicura di aver vissuto, per un attimo della mia vita, l'Africa, perché se chiudo gli occhi, quando il mio quotidiano sta per soffocarmi, se chiudo gli occhi e ripenso... tutto passa.

Tutto ritrova un senso, non un senso qualunque ma il suo senso. Tutto si può relativizzare, tutto si risolve. Tutto non è in mano all'uomo. E l'uomo non è tutto, e non è padrone di tutto.

L'Africa è una madre che insegna. Sono partita realizzando un sogno che avevo da tanto nel cuore, vedere l'Africa, la povertà, davvero con i miei occhi. Avevo in testa le immagini che passano spesso in televisione, occhi su occhi di bambini magri, nudi, sorridenti, intensi. Ma non sapevo bene cosa immaginarmi, non sapevo cosa avrei trovato. Posso dire che è davvero così, è davvero tutto molto povero, è davvero tutto un susseguirsi di bambini magri, con la loro pancetta gonfia, che ti guardano con sguardi che sconvolgono, che non si possono più cancellare dalla mente. E soprattutto la povertà non finisce, da qualunque lato uno guardi.

Sono partita senza nessuna pretesa se non quella di guardare, in silenzio, e farmi un'idea. Ho vissuto con le suore marianiste, nel villaggio di Tchébébé, nella regione centrale del Togo. In questa comunità c'è un'unica suora italiana, Rita, e le altre suore sono tutte africane. Ho dovuto rispolverare un po' del mio francese, ho imparato qualche parola in africano e dove non sono arrivata con le parole mi sono fatta capire a gesti! Sono stata l'ombra di suor Rita, che mi ha portato con sé ogni volta che andava nei villaggi, a fare delle visite, o a celebrare la liturgia della parola, e a portare Gesù. Grazie alla sua mediazione, ho avuto l'opportunità di frequentare l'ospedale più vicino a noi, a Sotouboua.

Per me, medico da appena qualche mese, è stata un'occasione unica. Le condizioni sanitarie sono ai minimi termini; ogni cosa, anche un paio di guanti per una visita, è un lusso, che, il paziente deve pagare, e non sempre può. La malaria non guarda in faccia nessuno, e molto spesso i pazienti, soprattutto i bambini, arrivano al medico quando ormai è troppo tardi. Mi hanno sconvolto tante cose dell' ospedale. . . non ci sono lenzuola sui letti, le donne si vestono con questi panni colorati che tutti abbiamo in mente, i pagne, che all'occasione servono per qualunque cosa, servono per legarsi il bambino sulla schiena, per coprire il letto del malato, per pulire. Il malato non resta mai da solo, i parenti, soprattutto le donne della famiglia, rimangono sempre con lui, cucinano, lo accudiscono, e quindi fuori dall'ospedale, sulla terra rossa tutt'intorno, si vedono donne operose e i loro pagne colorati stesi da qualche parte sugli alberi o per terra ad asciugare. E poi gli odori dell'ospedale, gli odori forti, a volte troppo forti, ma questa è la povertà, vista dritta in faccia e non dalla televisione.

Mi ha sconvolto soprattutto l'accoglienza ricevuta. Tutti i medici, tutte le persone dell'ospedale, mi hanno fatto stare nel LORO ospedale, mi hanno fatto visitare i LORO malati. Si sono fidati di me. C'è gran rispetto per l'occidentale, io per loro ero la bianca, e già per questo, nelle loro menti, ne sapevo più di loro; mi hanno detto in tutti i modi quanto hanno bisogno di crescere professionalmente, quanto vorrebbero che i nostri ospedali si impegnassero a sostenerli nella formazione, hanno voglia di imparare, dal mio punto di vista fanno fin troppo con quello che hanno, cioè con quasi nulla. E poi i pazienti. Il mio camice, come può essere un velo, o una divisa, è stata la chiave per farmi entrare a contatto con le persone, in maniera intima e personale. Non sono stata una semplice turista. Perché ho potuto osservare da vicino la gente, ho incrociato la loro vita, e loro la mia: ho visto mamme disperate appoggiare i loro bambini in fin di vita su un letto d'ospedale, ho visitato i loro bambini, ho toccato i loro pancini gonfi della televisione, e sotto le mie mani ho sentito che qualcosa non andava. . .

.... ho visto uomini, induriti dalla vita e dalla fatica, spogliarsi davanti a me per essere visitati, riponendo in me la speranza di essere alleviati un po' dal loro dolore, che però spesso è un dolore entrato ormai nelle ossa e nel cuore, che le medicine non sanno guarire. . .

.... ho visto nascere una creatura, e l'ho tenuta tra le mani, tutta sporca e meravigliosa, ancora legata col cordone alla pancia della sua mamma... e ho pianto...

.... ho visto una ragazzina arrivare impaurita, portata dal marito, senza capire nulla di quello che si diceva di lei e senza parlare una parola di francese o di qualche dialetto comprensibile dal medico, che al momento della visita ha sciolto il suo sguardo perso in un sorriso perché ha capito che l'avrei visitata io, unica donna in quella stanza di persone estranee alla sua intimità. .. Il suo sorriso vale la fatica di mille anni di studio, di lavoro, di tutto. Grazie per il tuo sorriso. Grazie per la vita che ho visto nascere.

Grazie per mille e mille cose che ho potuto vedere e vivere.

Perché le donne africane sono infaticabili, e le loro teste portano per chilometri e chilometri carichi pesanti, e chissà i loro cuori.

Perché tutti gli occhi che hanno incrociato i miei mi hanno regalato un sorriso. Tutti.

Perché l'acqua è un dono, e a Tchébébé l'acqua manca.

Perché per la prima volta nella mia vita ero io ad avere la pelle di un colore diverso. Ero io ad essere osservata, ad essere l'intrusa, in casa loro. Ma mi hanno accolto e, a dire il vero, anche coccolato.

Perché c'è un posto al mondo dove la vita va lenta, e non veloce.

Perché c'è un posto al mondo dove ci si alza all'alba e ci si corica al tramonto. La luce elettrica dell'uomo non c'è. Quella del sole sì.

Perché ho mangiato, a casa di un africano con tutta la sua famiglia, l'ignam con il sugo di arachidi. Con le mani naturalmente. Dopo mi sono sentita il mal di pancia, ma non importa: quando mi ricapita un pranzo così?

Perché c'è un posto al mondo dove i taxi portano minimo otto persone, quattro davanti e quattro dietro,e io a volte ho fatto parte degli otto. Meno male che non mi è mai toccato il tettino della macchina.

Perché a Tchébébé quando sta per iniziare la scuola i papà ricostruiscono i tetti di paglia alle aule capanne e i bambini se le spazzano e riordinano da soli, anche quelli piccoli piccoli.

Perché c'è un posto al mondo dove alla Messa il popolo canta e suona i tamburi e balla, e canta tutte le strofe delle canzoni, e penso che Dio Padre si sieda proprio in poltrona a godersela, perché sono troppo bravi.

Perché la vita non è in tutto il mondo come è a Roma, ma questo è molto difficile da capire.

Ho avuto l'opportunità di vedere, di vivere un pezzetto d'Africa. Non ho capito tutto. Non si può capire in fondo un popolo, un continente, in pochi giorni. Forse ci vogliono anni. Forse non basta una vita intera.

Quando accendo la mia lampada la sera, per studiare quando fuori fa buio perché si sa che a Roma il giorno non basta mai, e allora si usa anche un po' della notte, penso che c'è un posto al mondo dove il sole tramonta e gli uomini non accendono la luce, ma si coricano. Penso che io quel posto lì lo conosco, che ho visto quel cielo dopo il tramonto. Che stelle bellissime si vedevano, ma le costellazioni erano tutte al contrario...

Ero davvero laggiù,. . . in Africa. 

                                                                                                          Una volontaria.


 
 
 
 
  Site Map